Un moderno milanese e la Sicilia degli anni ’30, il capolavoro di Vittorini

Fra le molte accezioni di ‘viaggio’, quello che si decide di intraprendere nel proprio passato (tanto geografico quanto spirituale) rappresenta solo una piccola ma significativa sfumatura. E’ questa la missione di Elio Vittorini, che, sotto le sembianze di un autobiografico Silvestro Ferrauto, ripercorre in Conversazione in Sicilia gli aridi paesaggi della propria giovinezza.

Essere un moderno milanese che torna a casa alla fine degli anni ’30 significa, tuttavia, avere un ché di misterioso e di fuoriluogo, quasi di straniero. Ne consegue una sorta di curiosità imbarazzata, di incerto distacco, sia in prima persona che da parte di chi ti sta intorno. Tutto ciò, in un primo momento, non può che confondere e spiazzare, tanto da non sapere se accettare o meno delle arance offerte con molta riverenza da chi ti ha appena scambiato per un americano. Qui, ora, in realtà, è poco importante che tua sia siciliano, milanese o americano, specialmente se si fa la gara a mangiare pane, olio e miseria.

Allora uno di quei siciliani, il più piccolo e soave, e insieme il più scuro in faccia e il più bruciato dal vento, mi chiese:

-Ma siete siciliano voi?

-Perché no?- io risposi.

Conversazione in Sicilia si inerpica allora nel niente sassoso e ventoso della linea ferroviaria che ha segnato l’infanzia del protagonista, fra case cantoniere, rocce e fichi d’india alti come forche. E’ qui che Vittorini ritrova (o forse ricerca, niente appare in alcun modo definitivo) le proprie origini, le proprie radici, che via via affiorano dal terreno arido attraverso i volti ed i racconti delle persone, attraverso la saggezza offesa che solo la povertà più infima può generare. Rabbia e umiltà.

Appare progressivamente evidente come la ricerca dell’umanità – di Silvestro?di Vittorini?nostra? - debba necessariamente svolgersi lontano dal luogo in cui sia lui che noi vorremmo riporla: a casa nostra, nell’indifferenza dell’attualità, nei massacri sui manifesti dei giornali, in un 1939 che, in fondo, rimane solo una data stampata su un calendario.

No, l’umanità la si raccoglie interpretando quella miriade di simboli che Vittorini stesso pesca nei luoghi e nelle persone: una madre – Concezione – che si guadagna da vivere facendo le punture ai tisici e ai malati di verde malaria; Calogero, un arrotino che si lamenta perchè non ci sono più coltelli da affilare; Ezechiele, allegoria vivente che racconta di come il mondo sia offeso. E ancora soldati, bevitori e padri adulteri. Tutto trasuda un’incessante dignità, una sconcertante verità.

Passando dal succo delle arance alle spine dei fichi d’india, dalla nebbia milanese al sudore siciliano, ciò che si tenta di ricercare, o anche solo di afferrare, è il senso di una realtà che, paradossalmente,  poco ha a che fare col tempo e con lo spazio, con le dimensioni personali, ma che, indipendentemente da ogni sfaccettatura, è per sua natura condivisa e vissuta da ognuno, da tutti.

In questa selva di occhi aguzzi formicolanti di riso, al contempo onirica e simbolica, solo un’arma ci è data a disposizione, ed è chiamata Conversazione.

Mi chiese l’arrotino: – O dove avete preso questa sbornia?

Nel cimitero – io risposi – ma non bisogna parlarne.

Ah! – l’arrotino disse.

E io finii di fumare, finii di ricordare. Smisi di piangere.

Andrea Meli