Si dice che New York sia l’epicentro di ogni trend / movimento culturale che si rispetti. Bè, se fosse davvero così, aspettatevi la prossima stagione di essere invasi da:
1 – Shorts pericolosamente sopra l’ombelico, in stile anni ’80 hardcore
2 – Teenager che si tatuano sul proprio seno il simbolo della ganja
3 – Una crescita consistente del sudiciume nella metropolitana cittadina
4 – File immaginarie per comprare iPad
5 – Spazzatura ad angolo strada, nelle ore più varie della giornata
6 – Pedoni selvaggi.
New York centro, Manhattan, è una città a tre livelli. È impossibile fotografarla nel suo insieme. La strada è la base, laddove si affacciano negozi che vendono paccottiglia made in China ma che “ama New York”, locali che hanno segnato la storia del rock (da Bob Dylan, a Jimmy Hendrix, fino ai The Strokes, qui hanno cominciato ad esibirsi più o meno tutti i grandi nomi) e banche sostenute dal governo americano che decidono le sorti del mondo. Sporca, sudicia, spesso circondata a mezza giornata da mucchietti di spazzatura, sacchetti trasparenti o neri, in un turbinio di magico disgusto. Ironia della sorte, la spazzatura è più numerosa e più puzzolente tra l’area di Soho e Little Italy. Nessuno ci fa caso, ormai sembra sia diventata un arredo della città, che cambia ogni giorno. “Emergenza spazzatura? No qui è normale, è così tutta la settimana” mi spiega un buttadentro uruguayano di un locale napoletano. Nonostante i cartelloni indichino la presenza dell’antico Italian district, le scritte rosse di locali cinesi offuscano le pizzerie dei vari Alfredo, Luigi e compagnia.
Il terzo livello, è rappresentato dai finestroni luccicanti di palazzi che ricordano pacchetti capovolti di sigarette, metallici e che splendono toccando il cielo.
Al secondo livello, l’anima yankee sprigiona tutto il suo fascino, punto d’incontro tra la sporcizia delle sue grigie strade e l’angelico paradiso (gli attici) in cui vivono le starlet americane : le fire escalators (le scale anticen- dio) sembrano essere state incollate ai palazzoni di Manhattan da un amante del bricolage anni ’30. Nei colori contrapposti si rivedono le stampe con cui Andy Warhol smascherò l’anima industriale di Marylin Monroe.
New York è la citta dell’used to be (trasl. era solito essere). Ad esempio, Greenwich Village, schiacciato tra Soho, l’ex Little Italy (ora, a parer mio, New Bejing) e la zona commerciale della 5th avenue and 50th street (i brands più famosi del mondo sono qui) è diventata l’antitesi di ciò che rappre- sentava negli anni ’60/’70. Sebbene abbia conservato un certo spirito liberal e anti-conservatore (domen- ica 26 giugno si è tenuta qui una parata per festeggiare il nuovo provvedimento per legiferare il matrimonio tra persone dello stesso sesso), Greenwich Village si è tramutato in uno dei quartieri più costosi e posh della city.
Un tempo quest’area ospitava artisti poveri e geniali. “ Una volta da queste parti – giura Jim, guida improvvisata del mio tour nell’area – incontravi drogati di crack, madri single e poliziotti. Anche nella stessa persona”. Era caffè americano (lungo, marrone e imbevibile) quotidiano ascoltare conversazioni tra Bill Cosby e Bob Dylan, Jack Kerouac e Allen Ginsberg , mentre Jimi Hendrix cominciava a strimpellare la chitarra in pubblico ad un paio di isolati di distanza. Negli anni ’90 Joey, Chandler, Ross, Rachel e Monica si trasferirono da queste parti. Oggi, negli stessi storici locali, invasi dalla febbre del cibo multietnico, carrozzoni neri SUV da 400 cavalli accompagnano alla porta starlet del calibro di Britney Spears.
Persino nel Bronx, tutto è cambiato. “Ho vissuto una vita lì – mi dice John quarantenne yankee doc – e ai miei tempi la maggior parte della popolazione era ispanico-afroamericana. Così imparai a parlare spagnolo, almeno per fare la spesa. Oggi sono tornato a vivere nel quartiere ma i venditori sono quasi tutti yemeniti. Nessuno mi capisce quando dico “quiero un chilo de parapas”.
I newyorkesi non soffrono il continuo cambiamento della propria identità. Qui pochi rimangono, la maggior parte è di passaggio. “New York – mi dice Maria, giornalista stagista in uno dei network televisi più popolari in America – è una città in cui tutti vanno di fretta, nessuno ti guarda mai in faccia. Se non sei meglio del migliore non vai da nessuna parte. Si lavora hard, e si dura massimo tre-quattro anni”.
A guardarli in faccia, i newyorkesi, sembra che siano stati selezionati a caso come in un videogioco picchiatutto, tipo Street Fighter. Essere seduto nell’underground (dentro i vagoni si respira un’aria gelida, appena fuori sembra di trovarsi in una sauna non convenzionale che arriva fino a 35 gradi) tra un praticante musulmano (turbante,barba incolta) e un ebreo old school (inclusa kippah e basette ricciolute) avviene più di quanto si possa credere.
I giovani newyorkesi, invece, hanno le facce dei gruppi di ballo interraziali che sculettano attorno ai Black Eyed Peyes: jeans strappati, tatuaggi improbabili e tagli di capelli scenici compresi. Alla fine della giornata, tutto confluisce nei neon attraenti di Times Square, dove la “classe media americana” (che oggi ha ridotto il proprio reddito ma non lo status quo) è consumata inconsciamente da un marketing scientifico. Camminare nella folla è difficile, ancora di più è non comprare vestiti, cioccolatini (Mm) e cibo organico (salutare e costoso). Tra duecento anni le scale antincendio della city saranno istituite patrimonio dell’umanità. Me l’ha detto un tizio. A New York. Dove tutto comincia e, talvolta, finisce.