Lo abbiamo visto portare la musica etnica nell’emisfero del pop. Lo abbiamo visto tornare alle sue origini da musica elettronica da camera. Poi un disco live pregno di strumenti da sagra di paese.
Lui è Zach Condon, alias Beirut, la testimonianza che viaggiare ti apre la mente. Per The Rip Tide c’era un po’ la paura della ridondanza dei concetti già espressi, della noia che ne sarebbe potuta scaturire per il fatto che i nuovi pezzi magari sarebbero stati solo il fantasma delle vecchie suggestionanti Hit. Invece il bohémien di Albuquerque ha conservato la magia del comunicare le emozioni ataviche stretta dentro di lui.
Lo spirito dell’eterno e della storia in questo capitolo trasuda dagli arrangiamenti per sgocciolare sull’America, trapiantato dall’Europa per una giusta causa. Sostituita alla malinconia dei precedenti lavori, c’è qui una costante fiducia nell’avvenire. Una volontà di trasmettere ottimismo. La voglia di ricostruire. Di rifare. Di rialzarsi in piedi. Ancora e ancora. Di ritornare a casa.
Attorno avremo la solita gente che preferisce i primi lavori/le prime cose ecc. Ma non c’è motivo per non credere che questo Zach sia quello nella sua forma migliore. L’invito è di non fossilizzarci sul passato di Nantes o Postcards From Italy, e sentire il profumo del presente. D’altronde è proprio questo che ci ha fatto apprezzare qualche anno fa il Beirut che emergeva da una scena disseminata dei soliti U2 e Muse.
Questo articolo è tratto da MIXTAPE BETA, INVERNO 2011-12, scarica l’intera versione del MAGAZINE gratuitamente cliccando sul banner.